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Cassazione penale, 2017, Vedi massime correlate
  • Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. Con sentenza del 19 maggio 2015 il Tribunale di Milano condannò Cristofaro P. alla pena un anno di reclusione, quale aumento per la continuazione con i fatti di cui alla sentenza del 7 novembre 2012 del Giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale (divenuta irrevocabile il 21 febbraio 2013), in relazione ai reati di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, artt. 2 e 3, commessi quale presidente del consiglio di amministrazione della C.T.S. Cooperativa Trasporti e Servizi negli anni 2007 e 2009; con la medesima sentenza il Tribunale ordinò anche la confisca del profitto del reato, pari a Euro 4.269.417,30, per equivalente sui beni dell'imputato per il medesimo ammontare in caso di impossibilità di esecuzione sui beni della società.

    La Corte d'appello di Milano, provvedendo con sentenza del 13 luglio 2016 sulla impugnazione dell'imputato, ha dichiarato non doversi procedere in relazione ai fatti di cui alla annualità 2007 perchè estinti per prescrizione, e ha rideterminato la pena in mesi otto di reclusione e l'importo della confisca, diretta o per equivalente, in Euro 1.960.847,46.

    2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l'imputato, affidato a due motivi.

    2.1. Con un primo motivo ha denunciato illogicità della motivazione, travisamento di un fatto processuale e violazione del principio del ne bis in idem sostanziale, anche alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 200 del 2016, lamentando il mancato rilievo della duplicità delle sanzioni inflitte all'imputato per il medesimo fatto, e cioè quella detentiva conseguente ai reati e quella pecuniaria, sotto forma di confisca per equivalente conseguente al mancato pagamento da parte della società debitrice degli importi evasi alla stessa addebitati in via amministrativa.

    2.2. Con un secondo motivo ha lamentato, in particolare, l'affermazione della configurabilità del reato di cui...

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. Il ricorso, peraltro riproduttivo dei motivi d'appello, non è fondato.

    2. Il primo motivo, mediante il quale il ricorrente ha denunciato violazione del divieto di una doppia sanzione per il medesimo fatto, in relazione alla disposizione della confisca per equivalente nei suoi confronti, non è fondato.

    2.1. Come evidenziato anche dalla Corte d'appello nella motivazione della sentenza impugnata, la confisca, conseguente alle violazioni tributarie commesse dall'imputato, è stata disposta in via diretta nei confronti della persona giuridica e non del suo amministratore, con la conseguente insussistenza dei presupposti per ravvisare una duplicazione di sanzioni nei confronti del medesimo soggetto a seguito delle medesime condotte, difettando il connotato ineludibile della identità dei soggetti sanzionati.

    Tale aspetto è stato, da ultimo, chiarito dalla Corte di giustizia UE, 4^ sezione, nella sentenza 5 aprile 2017, Orsi (C-217/15) e Baldetti (C-350/15), nella quale la Corte sovranazionale ha posto un primo punto fermo in relazione alla legittimità dell'articolazione normativa del doppio binario punitivo in materia tributaria nel nostro ordinamento.

    Al riguardo, infatti, la Corte di giustizia UE ha affermato che "L'art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella di cui ai procedimenti principali, che consente di avviare procedimenti penali per omesso versamento dell'imposta sul valore aggiunto dopo l'irrogazione di una sanzione tributaria definitiva per i medesimi fatti, qualora tale sanzione sia stata inflitta ad una società dotata di personalità giuridica, mentre detti procedimenti penali sono stati avviati nei confronti di una persona fisica", sottolineando la necessità, per l'applicazione del divieto di bis in idem, che debba essere la stessa...

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