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Estremi:
Corte appello Milano, 2016, Vedi massime correlate
  • Fatto

    FATTO E PROCESSO

    1. Con sentenza n. 15833 resa in data 30 dicembre 2011 il tribunale di Milano ha rigettato tutte le domande proposte da DeA Partecipazioni SpA (in seguito anche solo DeA) nei confronti di Sopaf SpA (in seguito anche solo Sopaf) e dichiarato la nullità dell’accordo inter partes di cui alla Lettera 1.8.2007 (così come modificata in data 23.6.2008), ritenendo tale pattuizione “elusiva della ratio della disciplina ex art. 2265 cc in dipendenza dei motivi dei contraenti non correlati ad interessi di per meritevoli di tutela rispetto al complessivo sistema legale, ma anzi volti proprio a conseguire lassetto precluso alla autonomia privata” (p. 12 sent. impugnata). L’accordo ritenuto nullo si inseriva nell’ambito di una più complessa operazione di acquisizione del capitale sociale dell’allora Banca Bipiello Net SpA, quindi Banca Network Investimenti SpA (in seguito anche solo BNI). All’esito di lunghe trattative, e solo dopo aver ottenuto l’autorizzazione di Banca d’Italia, DeA e Sopaf, insieme al gruppo Aviva Italia Holding SpA, avevano sottoscritto in data 1.8.2007 un contratto di compravendita di partecipazione azionaria per il 79,73% del capitale di BNI (così suddiviso: il 49,75% ad Aviva tramite la controllata Petunia, il 14,99% a DeA e il 14,99% a Sopaf). Contestualmente alla firma del contratto, le sole DeA e Sopaf avevano sottoscritto un secondo accordo che prevedeva la concessione da parte di Sopaf di un’opzione put a favore di DeA. Quest’ultima avrebbe potuto liquidare l’investimento mediante la cessione, a semplice richiesta, della propria quota in BNI a Sopaf o ad altra società da questa indicata, “...

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    5. Parte appellante lamenta che la sentenza di primo grado, pur dichiarando di conformarsi ai principi espressi dalla suprema corte nella pronuncia n. 8927/1994, ne avrebbe in realtà distorto il significato. Sostiene infatti DeA che la pattuizione con effetti leonini contenuta non nello statuto, bensì in un patto parasociale (come nel caso che ci occupa), non potrebbe ritenersi nulla tout court, ma dovrebbe valutarsi alla luce di due criteri: da un lato, l’esclusione della partecipazione dagli utili e dalle perdite dovrebbe avere carattere di assolutezza e costanza; dall’altro, sarebbe comunque necessaria un’analisi specifica volta ad accertare se nel caso concreto la funzione del patto sia proprio quella di eludere il divieto o se, invece, lo stesso abbia un’autonoma funzione meritevole di tutela ex art. 1322 cc. Il giudice di primo grado, tuttavia, avrebbe omesso “ogni approfondimento dei profili causali dell’accordo considerato, arrestandosi di fronte alla constatazione che il patto è idoneo a produrre pur tuttavia leffetto vietato dallart. 2265 cc e pertanto va ritenuto nullo” (p. 32 atto di citazione di appello).

    6. In effetti così si esprime la suprema corte nella pronuncia citata² e pertanto l’esame del primo motivo di appello non potrà che rifarsi a tali principi (pur tenendosi ovviamente nella debita considerazione le differenze tra il caso oggetto della sentenza della cassazione e quello all’esame di questa corte). La prima domanda a cui rispondere, dunque, è se il patto parasociale prevedesse un’esclusione assoluta e costante dalle partecipazione agli utili e alle perdite. Secondo DeA così non è, per due ordini di ragioni:...

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