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Estremi:
Cassazione civile, 2016,
  • Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    1. C.G.S. il (OMISSIS) venne urtata e fatta cadere da un cinghiale mentre, in bicicletta, percorreva un viale asfaltato all'interno del (OMISSIS).

    In conseguenza della caduta riportò lesioni alla persona.

    2. Adducendo tali fatti nel 2008 C.G.S. convenne dinanzi al Tribunale di Torino la Regione Piemonte, la Provincia di Torino e l'Ente di Gestione del Parco Regionale La Mandria (che successivamente sarà trasformato in "Ente di Gestione delle aree protette dell'area metropolitana di Torino"; d'ora innanzi, per brevità, "l'Ente Parco"), chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza del fatto sopra descritto.

    3. Con sentenza 5.7.2010 n. 4557 il Tribunale di Torino accolse la domanda nei confronti del solo Ente Parco.

    La sentenza venne appellata dalla parte soccombente. La Corte d'appello di Torino con sentenza 28.2.2012 n. 360 accolse l'appello dell'Ente Parco e rigettò la domanda. Ritenne la Corte d'appello non sussistente nè la colpa dell'Ente, nè un valido nesso di causa tra le omissioni a lui ascritte dall'attrice, e il danno.

    4. La sentenza è stata impugnata per cassazione da C.G. S., sulla base di un solo articolato motivo di ricorso.

    Hanno resistito con controricorso l'Ente Parco e la Provincia di Torino. Tutte le parti hanno depositato memoria.

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1. Il motivo unico di ricorso.

    1.1. Con l'unico motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3 (si lamenta, in particolare, la violazione dell'art. 2043 c.c.; L. 6 dicembre 1991, n. 394, art. 15; L. 11 febbraio 1992, n. 157, artt. 1 e 9; L.R. Piemonte 26 aprile 2000, n. 44, art. 92; L.R. Piemonte 4 settembre 1996, n. 70, art. 2; L.R. Piemonte 22 marzo 1990, n. 12, art. 5); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134). Nella illustrazione del motivo, la ricorrente espone varie censure, deducendo che la sentenza sarebbe errata perchè:

    (a) la vittima non si era esposta volontariamente al pericolo, conoscendone l'esistenza (il fatto avvenne in area aperta al pubblico e frequentata da molte persone);

    (b) la Corte d'appello, nell'escludere la sussistenza della prova della colpa dell'Ente Parco, ha adottato una decisione erronea, perchè ha omesso di tenere conto delle seguenti circostanze:

    - che vi erano poche guardie;

    - che non vi erano segnali di pericolo;

    - che non vi era controllo sugli animali;

    da tali omissioni discendeva che l'Ente Parco si sarebbe dovuto ritenere in colpa, per avere "omesso misure concrete per impedire aggressioni" (così il ricorso, p. 12);

    (c) infine, deduceva che se le misure di cui al punto (b) fossero state adottate, "l'incidente non sarebbe avvenuto": e che dunque erroneamente la Corte d'appello aveva escluso il nesso di causa tra le omissioni ascrivibili all'amministrazione ed il danno.

    2. Preliminarmente questa ...

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